i 5 tic invisibili che faranno cestinare il tuo romanzo

I 5 errori invisibili che faranno cestinare il tuo romanzo

Hai finito la prima stesura del tuo romanzo. Hai riletto la storia e non vedi l’ora di ricevere dei feedback e di proporlo a qualche CE. Eppure, c’è qualcosa nello stile che suona ancora dilettantesco, ma non sai proprio cosa.

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Quando un lettore editoriale di una casa editrice o un editor professionista apre il tuo file Word, basta una sola pagina per capire se si trova davanti a un autore che padroneggia il mezzo o a un esordiente. Non è una questione di trama ma di errori invisibili al tuo occhio.

I tic linguistici sono quei fastidiosi automatismi della scrittura. Parole, strutture sintattiche o vizi di forma che il nostro cervello usa come “riempitivi” mentre siamo concentrati a creare la storia. Nella prima stesura sono normali. Il problema sorge quando rimangono nella stesura finale.

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In questo articolo ti svelerò i 5 tic linguistici più frequenti nei manoscritti degli emergenti e come eliminarli usando la funzione “Cerca” di Word per trasformare la tua prosa da amatoriale a professionale.

1. L’abuso dei verbi di percezione: sentire, vedere, udire, notare…

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Il tic in assoluto più diffuso è l’abuso di verbi come sentire, vedere, accorgersi, guardare, udire, notare.

Molti scrittori pensano che per far vivere un’esperienza al lettore sia necessario scriverla attraverso gli occhi del personaggio. Ottengono l’effetto opposto: creano un filtro che influenza negativamente la fluidità del testo e annoia i lettori. Dai un’occhiata a questo esempio:

  • Prima: Giulio vide che la porta era socchiusa e sentì il brivido del vento freddo sulla pelle.
  • Dopo: La porta era socchiusa. Un brivido di vento freddo gli sferzò la pelle.

Nel secondo esempio abbiamo eliminato i filtri (vide che, sentì il). Il lettore non è più uno spettatore che guarda Giulio mentre osserva la porta; il lettore è dentro la stanza con Giulio.

Azione pratica: Apri il tuo file, premi CRTL + F (o CMD + F su Mac) e cerca sentì, vide, notò. Se puoi mostrare l’azione direttamente, cancella il filtro.

2. Gli avverbi in “-mente”

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Stephen King lo ha scritto chiaramente nel suo saggio On Writing:

“La strada per l’inferno è lastricata di avverbi”.

Gli avverbi in “-mente” (rapidamente, tristemente, nervosamente, improvvisamente) sono la spia di una pigrizia descrittiva. L’autore non riesce a trovare il verbo esatto o l’azione giusta per mostrare un concetto, quindi si appoggia all’avverbio per “spiegarlo”.

Ti svelo un trucco: nel menu di Word alla voce “Revisione”, in alto a sinistra troverai “Thesaurus”, uno strumento utilissimo per cercare sinonimi e contrari.

  • Prima: Si avvicinò lentamente alla finestra e chiuse nervosamente le tende.
  • Dopo: Scivolò verso la finestra e tese le tende con uno scatto, stringendo il tessuto tra le dita.

Sostituire “avverbio + verbo debole” con un “verbo forte” o un’azione fisica restituisce spessore e ritmo alla frase.

3. Le “d” eufoniche

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C’è un mito duro a morire tra gli scrittori emergenti: pensare che inserire la “d” eufonica ovunque (ed egli, od ogni, ad andare) renda il testo più elegante o letterario.

Nel panorama editoriale contemporaneo, la “d” eufonica indiscriminata appesantisce la lettura e invecchia lo stile. La regola editoriale moderna non lascia spazio a dubbi: la “d” eufonica si usa solo quando la vocale che segue è identica a quella della congiunzione o preposizione.

  • Sì: Ad andare, ed entrare, od ogni.
  • No: Ad esempio, ed uscire, od un uomo.

Eccezione di stile: esistono rarissime eccezioni consolidate dall’uso (come ad esempio), ma l’abuso sistematico segnala alle case editrici una mancanza di aggiornamento professionale.

4. Troppi puntini di sospensione o punti esclamativi

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La punteggiatura deve dettare il ritmo della lettura e il respiro della frase, non deve sostituire l’espressività delle parole.

Moltissimi esordienti abusano dei puntini di sospensione (…) per creare mistero, pathos o simulare le pause del parlato, e dei punti esclamativi (!) per sottolineare che un personaggio sta urlando. Se la scelta delle parole è accurata, il lettore capirà che c’è tensione o che qualcuno sta gridando anche senza che tu metta un cartello stradale a fondo frase.

  • Prima: «Non posso crederci…» disse lei. «Te ne sei andato di nuovo!!!!»
  • Dopo: «Non posso crederci» disse lei, la voce che si spezzava sull’ultima sillaba. «Te ne sei andato di nuovo».

5. Descrivere ogni movimento del personaggio

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Un altro tic classico è la descrizione millimetrica e inutile di ogni singolo micro-movimento del corpo, specialmente nei passaggi di transizione o nei dialoghi.

Gli autori tendono a muovere i personaggi come marionette: alzò la mano, girò la testa, mosse un passo, si sedette, si alzò.

Dai un’occhiata a questo esempio:

  • Prima: Marco si alzò dalla sedia, camminò fino al frigorifero, tese il braccio, aprì lo sportello, prese la bottiglia d’acqua e bevve.
  • Dopo: Marco andò al frigorifero e buttò giù un sorso d’acqua fredda direttamente dalla bottiglia.

Al lettore non interessa la cronaca di ogni articolazione che si muove; interessa il significato dell’azione. Tutto ciò che non aggiunge atmosfera, tensione o caratterizzazione è inutile e noioso.

Revisione a strati

Come si ripulisce un romanzo da questi tic senza perdere la bussola? Il segreto è concentrarsi su un problema alla volta.

  1. Fai un giro di lettura focalizzandoti solo sull’eliminazione dei verbi di percezione.
  2. Fai un secondo giro dando la caccia agli avverbi in “-mente”.
  3. Dedica un terzo passaggio alla pulizia della punteggiatura e delle d eufoniche.

Solo così la tua prosa diventerà affilata, pulita e pronta per superare la barriera dei lettori editoriali delle case editrici più esigenti.

Il tuo stile è la tua firma, affidarti a un professionista che ti aiuti a perfezionarla può fare la differenza.

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