dipingi le emozioni, non nominarle

Dipingi le emozioni, non nominarle

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Ti è mai capitato di rileggere una scena drammatica del tuo romanzo, una di quelle su cui hai versato sangue e lacrime, e provare una strana sensazione di freddezza?

All’apparenza non manca nulla, eppure la pagina non vibra. Resta piatta. Quando la affidi ai primi beta lettori o a un editor il verdetto è sempre lo stesso: “Bella storia, ma non mi è arrivato nulla. Non ho provato empatia”.

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È il dramma invisibile di molti scrittori emergenti, ma non è colpa della storia. L’errore risiede in un vizio di forma tecnico che è possibile riscontrare nella maggior parte dei manoscritti di scrittori emergenti: confondere il racconto di un’emozione con la sua messa in scena.

In questo articolo ti spiegherò perché scrivere “Marco era terrorizzato” uccide l’empatia e come trasformare una scena priva di emotività in un’esperienza viscerale per il lettore.

Non dirmi che X è disperato, che Y è furioso, che Z è colma di gioia.

Non raccontarmelo. Fammelo vivere. Fammelo vedere. Fai urlare X, fai distruggere qualcosa a Y, fa’ in modo che Z coinvolga chiunque abbia intorno in un gesto gioioso.

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Il lettore non vuole ricevere un reportage o un verbale di polizia; il lettore vuole immergersi nella tua storia. Dimenticarsi che al di fuori del tuo libro c’è la vita vera. Se gli spieghi l’emozione lo costringi a fare un passo indietro, lo porti fuori dalla testa del personaggio e lo posizioni nel ruolo di spettatore distaccato.

Il vero Show Don’t Tell non è un dogma teorico da accademici, ma una strategia che permette alla tua storia di restare a galla e le emozioni non si spiegano, si vivono o si fanno vivere.

Prima e Dopo lo Show, don’t tell

Ma passiamo dalla teoria alla pratica e vediamo come cambia l’impatto emotivo quando andiamo a lavorare sul mostrato.

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PRIMA (TELL)

Quando vide la lettera dell’avvocato sul tavolo, l’ansia assalì Giulio. Era terrorizzato dall’idea di perdere la custodia di sua figlia. Si sedette sulla sedia, tremando di rabbia e di paura, fissando quel foglio bianco che rischiava di distruggere la sua vita per sempre.

Cosa c’è che non va? Sappiamo esattamente cosa prova Giulio, ma non lo sentiamo. È un testo informativo che non ci fa provare nulla.

DOPO (SHOW)

La busta con l’intestazione dello studio legale era lì, accanto alle chiavi di casa. Giulio fece un passo indietro, finché il polpaccio non urtò lo spigolo della sedia. Rimase immobile, sospeso nel silenzio della cucina, con lo sguardo piantato su quel logo blu scuro. Il calore che un attimo prima gli stringeva il collo svanì, lasciandogli le dita improvvisamente fredde e insensibili. Quando allungò la mano, la carta ruvida della busta scivolò tra i polpastrelli come se non riuscisse a fare presa.

Perché la seconda versione funziona?

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Nella versione del “mostrato” non abbiamo mai usato le parole ansia, paura o terrore. Eppure l’ansia è palpabile. Abbiamo lavorato di Show, sulle reazioni fisiche e sensoriali:

  • Il movimento istintivo all’indietro (rifiuto/fuga);
  • La percezione alterata della temperatura corporea (le dita fredde);
  • La perdita di sensibilità tattile (la busta che scivola).

Questo è lo show (don’t tell): costringere il corpo del lettore a rivivere mentalmente le reazioni fisiche del personaggio.

Ecco 3 consigli pratici per ripulire il tuo manoscritto dal raccontato:

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  1. Cerca ed elimina verbi come sentire, provare, accorgersi o aggettivi legati direttamente agli stati d’animo (triste, arrabbiato, felice). Cancellarli ti costringerà a trovare una soluzione visiva. L’obiettivo è mostrare in che modo quelle emozioni si riflettono nelle reazioni del personaggio.
  2. Come reagisce il corpo del tuo personaggio a quello stimolo specifico? Attenzione ai cliché (evita il banale “il cuore le martellava nel petto”).
  3. Un personaggio terrorizzato non noterà la bellezza delle tende della stanza, ma si focalizzerà sull’unico oggetto che percepisce come una minaccia o come una via di fuga. L’emozione deforma la percezione della realtà.
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Scrivere una buona storia è il risultato di ore di studio e di pratica; renderla indimenticabile è una questione di visione d’insieme, spesso distaccata. Il più delle volte la differenza tra un manoscritto che viene rifiutato e uno che viene pubblicato risiede proprio nella gestione di questi dettagli.

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